Come la sindrome dell’impostore, una ferita profonda e 26 anni di digital marketing mi hanno insegnato che nascondersi è la strategia peggiore
Vedete il sito. I case study dei lavori che facevo mentre mi mantenevo facendo altri lavori, la sicurezza con cui dico “risolvo problemi (digitali)”.
Non vedete i 20 anni in cui ho distrutto tutto questo prima ancora di pubblicarlo.
Quindi oggi vi racconto perché ci ho messo così tanto. E cosa ho imparato stando nell’ombra.
1998-2023: Gli anni fantasma
Ho cominciato col web nel 1998.
L’anno in cui le connessioni facevano quel sibilo che ti fotteva le orecchie. L’anno in cui i siti si facevano con Macromedia Dreamweaver. L’anno in cui “social media” non esisteva ancora come concetto.
Ero giovane, curioso, appassionato. Divoravo manuali. Facevo esperimenti. Creavo progetti.
E poi li cancellavo.
Creare. Distruggere. Ricominciare. Creare. Distruggere. Ricominciare.
Per vent’anni.
Mentre facevo l’impiegato di giorno. Mentre studiavo marketing di notte. Mentre accumulavo competenze che non usavo mai pubblicamente (e se lo facevo, mi nascondevo).
Pensavo fosse sindrome dell’impostore. “Non sono ancora pronto.” “Non sono abbastanza bravo.” “Chi sono io per…”
Ma sotto c’era qualcosa di più profondo. Qualcosa che ci ha messo anno di coaching e anni di terapia per emergere.
La ferita che mi teneva prigioniero
La ferita dell’abbandono.
Cinque parole che spiegano vent’anni di autosabotaggio.
Quando hai paura che le persone se ne vadano, quando hai paura di essere lasciato, il tuo cervello ti protegge in un modo semplice:
“Se non metti niente là fuori, nessuno può andarsene.”
Quindi io non pubblicavo. Non mi esponevo. Non dicevo “sono un copywriter”. Non chiedevo soldi per il mio lavoro.
Perché se nessuno mi vedeva, nessuno poteva lasciarmi.
Logico, no?
Peccato che significasse anche: nessuno poteva trovarmi. Nessuno poteva scegliermi. Nessuno poteva dirmi “sei bravo, continua”.
Ero al sicuro. Ma ero anche invisibile.
Il mio vecchio pattern: creare e distruggere
Il ciclo era sempre lo stesso:
Fase 1: Entusiasmo “Ok, questa volta lo faccio. Lancio il sito. Offro i servizi. Mi presento come professionista.”
Fase 2: Creazione Lavoro come un pazzo. Studio. Perfeziono. Scrivo copy. Faccio il logo. Scelgo i colori.
Fase 3: Paura “E se non piace?” “E se non sono all’altezza?” “E se poi mi lasciano a metà progetto?”
Fase 4: Distruzione Cancello tutto. O lo lascio lì, morto, a marcire. “Non era ancora pronto.”
Ricomincio da capo.
Questo per vent’anni.
Mentre intorno a me gente meno preparata, meno competente, meno appassionata,
costruiva business, clienti, reputazione.
E io restavo nell’ombra. Al sicuro. Ma solo.
Il punto di svolta (2025)
Un anno fa, qualcosa è cambiato.
Non è stato un evento drammatico. Non ho vinto la lotteria. Non ho avuto un’illuminazione mistica.
Ho solo iniziato a fare un lavoro vero su me stesso.
Ho conosciuto una life coach olistica: per capire da dove venivano i blocchi, per imparare a manifestare la vita che volevo.
Ho conosciuto e mi sono affidato ad un personal trainer: per riappropriarmi del corpo, per costruire autostima non solo mentale ma fisica.
ho fatto terapia (quella non ufficiale ma vera): scavare nelle ferite, capire i pattern, dare un nome a quello che per anni era solo nebbia.
E lì è emersa. La ferita dell’abbandono.
Non è che l’ho “risolta”. Le ferite non si risolvono come equazioni.
Ma l’ho riconosciuta. E quando riconosci il nemico, puoi smettere di combattere ombre.
Il paradosso: la ferita come superpotere
Ecco la parte che mi ha fatto impazzire quando l’ho capita:
La stessa ferita che mi bloccava è quella che mi rende bravo in quello che faccio.
Rifletteteci:
Se hai paura che le persone se ne vadano, cosa fai?
Diventi ossessionato da una domanda: “Come farle restare?”
E cosa studia un copywriter a risposta diretta?
Esatto. Come catturare l’attenzione. Come creare connessione. Come provocare emozione. Come spingere all’azione.
Come non essere ignorato.
Per vent’anni ho studiato ossessivamente il marketing, il copywriting, la psicologia, la persuasione,
non (solo) perché mi piaceva.
perché inconsciamente cercavo la risposta a una domanda esistenziale:
“Come faccio a far sì che non mi lascino?”
E la risposta, scopro dopo anni, è:
Parole che non lasciano indifferenti.
Copy che crea urgenza (perché l’attesa è terrificante). Copy che provoca emozioni (perché i fatti non bastano). Copy che chiede azione immediata (perché l’ambiguità è paralizzante).
Il copywriting a risposta diretta è l’antidoto perfetto alla ferita dell’abbandono.
E io, senza saperlo, ci stavo lavorando da 26 anni.
“Chi se ne fotte, io sono qui”
Sei parole.
Sei parole che hanno cambiato tutto.
Non sono arrivate in un momento epico. Sono arrivate mentre stavo per non pubblicare l’ennesimo post sul blog.
Il dito sul mouse. Il cursore su “Elimina bozza”. Il solito dialogo interno: “Non è abbastanza buono.” “La gente penserà che…” “E se poi…”
E poi, dal nulla:
“Chi se ne fotte.”
Non con rabbia. Non con disperazione. Ma con una strana, nuova, liberatoria… pace.
“Chi se ne fotte se non è perfetto. Chi se ne fotte se qualcuno critica. Chi se ne fotte se qualcuno se ne va.
Io sono qui. Esisto. E questo basta.”
Ho premuto “Pubblica”.
E il cielo non mi è caduto in testa.
Cosa è cambiato (davvero)
Non è che ora sono “guarito”. La ferita c’è ancora. Probabilmente ci sarà sempre.
Ma ora:
Pubblico anche quando non è perfetto. Perché ho capito che l’imperfezione è l’unico modo per essere umano. E gli umani creano connessioni vere.
Dico no quando serve. Perché chi se ne va per un “no”, se ne sarebbe andato comunque prima o poi.
Chiedo il mio valore. Perché “qui” significa anche “degno di essere pagato equamente”.
Non inseguo chi non risponde. Perché il silenzio non è abbandono. A volte è solo… silenzio.
Resto nei progetti. Perché la mia ferita mi rende iperconsapevole di quanto faccia male essere lasciati a metà strada. Quindi io non lo faccio. Mai.
Cosa significa per te (se ti riconosci)
Se stai leggendo questo e pensi: “Cazzo, sono io”,
sappi che:
1. Non sei solo. Tantissimi professionisti, freelancer, creativi vivono con questa dinamica. La differenza è che pochi ne parlano.
2. La ferita può diventare carburante. Non devi “guarirla” prima di partire. Puoi usarla. Trasformarla. Farla diventare il tuo superpotere.
3. “Chi se ne fotte” non è cinismo. È accettazione radicale del rischio di esistere. È dire: “Posso sbagliare. Posso essere rifiutato. Ma esisto lo stesso.”
4. Il momento perfetto non arriverà mai. Aspettare di essere “pronto” è aspettare per sempre. Parti imperfetto. Vero. Qui.
E adesso?
Adesso sono qui.
Con un sito che finalmente rappresenta chi sono adesso. Con servizi che offro senza vergogna. Con un blog dove scrivo anche cose come questa.
Non perché ho risolto tutto. Ma perché ho smesso di aspettare di risolvere tutto prima di vivere.
Se hai un progetto nel cassetto, se sai di valere ma non riesci a dirlo, se hai paura di premere “pubblica”,
scrivimi.
Non per venderti niente. Ma perché so cosa vuol dire. E perché non ti lascio a metà strada.
È la mia ferita. Ma anche la mia promessa.
[Scrivimi: info@fabiofestino.it]
P.S. – Questo post mi ha messo tre ore per essere scritto e due giorni per essere pubblicato. Perché anche adesso, a volte, la paura bussa. Ma ormai so cosa rispondere: “Chi se ne fotte. Io sono qui.”

